Eventi chiave
Il contesto geopolitico del mese di marzo è stato dominato dalla guerra in Medio Oriente con USA ed Israele ad attaccare e Iran a reagire.
La sensazione è che due attori su tre si stiano muovendo con uno scopo ben preciso, mentre la principale potenza globale sembra trovarsi confrontata con problemi non previsti e di difficile soluzione.
L’attenzione della nostra pubblicazione è principalmente riservata agli aspetti macroeconomici e la loro analisi è piuttosto semplice: Teheran è riuscita (con un copione apparso tutt’altro che improvvisato) a completamente coinvolgere una regione con un peso determinante per tutto il globo in termini di approvvigionamento energetico (v. estrazione di petrolio e di gas).
A preoccupare principalmente è la chiusura “de-facto” dello Stretto di Hormuz, non si può inoltre nemmeno dimenticare come i danni alle infrastrutture energetiche rischino di avere serie implicazioni con una tempistica non facilmente stimabile.
Non vanno inoltre tralasciati gli aspetti economici e finanziari derivanti dalla presenza in zona di centri finanziari (Dubai in primis) considerati da molti al sicuro da rischi geopolitici. Le operazioni militari sono state decise, così è stato dichiarato e più volte ribadito, per migliorare la stabilità di un’area delicata, in realtà hanno creato pesanti insicurezze su scala globale.
In questo contesto, è passata in secondo piano la decisione di un giudice federale di respingere la richiesta del Dipartimento di Giustizia di convocare il presidente della Fed, J. Powell, davanti a un Gran Giurì con l’accusa di cattiva gestione di fondi pubblici nell’ambito della ristrutturazione della sede della banca centrale.
Sul piano politico-istituzionale, si tratta di un’evoluzione sfavorevole per l’amministrazione Trump.
“The implications of developments in the Middle East for the U.S. Economy are uncertain. The Committee is attentive to the risks to both sides of its dual mandate.” 18 marzo: la Fed non fa mistero circa la delicatezza del momento
L’analisi del quadro macroeconomico si è concentra interamente sul tentativo di comprendere quali potranno essere le implicazioni del rialzo dei costi energetici causato dalla guerra in Medio Oriente, innestandosi peraltro su uno scenario già di per sé piuttosto delicato in quanto caratterizzato da crescita debole ed inflazione al limite dell’accettabile.
Nelle scorse settimane le principali banche centrali hanno tenuto le loro riunioni ordinarie, tutte sottolineando come la visibilità sull’andamento congiunturale sia nettamente peggiorata.
Ne deriva la necessità di monitorare costantemente l’evoluzione della situazione energetica, al punto da non fornire, almeno per il momento, indicazioni particolarmente affidabili circa la futura direzione della politica monetaria.
I mercati finanziari hanno reagito prontamente riposizionando le aspettative: nel caso della Fed è stata del tutto azzerata l’ipotesi di due tagli dei tassi nel corso dell’anno, mentre anche la visione di una BCE ancora relativamente espansiva appare ormai superata, tanto che inizia a farsi strada l’idea di tre rialzi del costo del denaro nell’arco dei prossimi tre trimestri.
È evidente come uno shock provocato dal rincaro del petrolio rappresenti uno sviluppo ben più dannoso di quello generato da un surriscaldamento della crescita. Negli Stati Uniti, inoltre, l’amministrazione Trump continua a esercitare pressioni sull’indipendenza della Fed.
Prospettive
Al momento l’unica certezza è che di certezze non ce ne sono, un gioco di parole del resto in linea con il mantra espresso nelle ultime settimane dalle banche centrali: si dipende dagli eventi (“we are data dependent”).
Dal punto di vista geopolitico, il confronto in atto appare sempre più difficile da ricondurre entro binari controllati.
È inoltre inevitabile interrogarsi su quali potranno essere le implicazioni di questo conflitto sugli equilibri globali: la Cina, finora rimasta in disparte, potrebbe assumere un ruolo più attivo anche alla luce del previsto incontro primaverile tra i presidenti Trump e Xi Jinping.
Allo stesso tempo, le posizioni di Washington nei confronti dell’Europa non sembrano improntate alla costruttività, in un contesto che resta ulteriormente complicato dalla guerra in corso nella parte orientale del continente e dai dubbi sul ruolo della Nato, organizzazione con fini non solo militari.
Sul fronte congiunturale e delle banche centrali, il quadro ha subito un rapido deterioramento a seguito di un conflitto tanto recente quanto già profondamente impattante, e soprattutto privo di visibilità circa la sua evoluzione.
È in particolare il prezzo del petrolio a destare preoccupazione, sia per i livelli raggiunti sia per il rischio che possa rimanere a lungo oltre la soglia di sostenibilità per l’economia globale.
La Fed resterà al centro dell’attenzione anche per aspetti legati alla propria governance: al presidente spetta la nomina del chairman (K. Warsh), ma l’avvicendamento richiede l’approvazione del Senato, che ad oggi non è ancora avvenuta ed è resa più incerta anche dalla decisione del giudice richiamata in precedenza.
Sarà inoltre rilevante comprendere se J. Powell uscirà completamente di scena alla scadenza del mandato di “Chairman of the Board”, come avvenuto di consueto in passato, oppure se rimarrà nel Board fino al termine naturale (31.01.28) del proprio mandato di governatore/”Member of the Board”.
Approfittiamo di questa nostra lettera mensile per augurare a tutti voi ed i vostri cari un Serena Pasqua.