Eventi chiave
La Groenlandia, una delle aree dal clima più estremo del pianeta, è diventata paradossalmente uno dei punti più caldi della geopolitica globale.
Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno arrestato il presidente N. Maduro con un’operazione militare condotta direttamente sul suolo del Venezuela: un’azione fuori dagli schemi, che ha finito per rappresentare in modo emblematico il nuovo contesto internazionale.
Pochi giorni dopo, il presidente USA D. Trump ha esplicitato una visione delle relazioni internazionali fondata su criteri unilaterali, lasciando intendere l’intenzione di ridefinire l’ordine globale secondo una logica di interesse nazionale prevalente. In questo quadro si inserisce il ritorno d’attualità dell’ipotesi di annessione della Groenlandia, giustificata proprio in termini di sicurezza strategica, anche a costo di mettere in discussione un sistema di equilibri costruito su trattati multilaterali e organismi sovranazionali. In quel frangente, persino la tenuta della NATO è parsa vacillare.
L’attesa per l’intervento di Trump a Davos è stata quindi accompagnata dal timore che si potesse superare un punto di non ritorno. Tale scenario è stato evitato, pur lasciando sul tavolo segnali inequivocabili di tensioni persistenti. Europa e Canada hanno reagito con fermezza, dichiarando di non essere disposti ad adattarsi passivamente alla nuova impostazione.
Da Washington sono giunte minacce di nuovi dazi verso chi avesse difeso la sovranità danese, cui sono seguite valutazioni di misure ritorsive. Il Primo Ministro canadese ha inoltre affermato apertamente come stia emergendo la necessità di rivedere le alleanze strategiche, privilegiando aggregazioni fondate su interessi comuni.
Il 2026 si apre dunque con un profondo riassetto degli equilibri geopolitici che coinvolgono direttamente l’Europa, un processo che difficilmente potrà essere lineare. In questo contesto si inseriscono gli accordi di libero scambio firmati dall’Unione Europea con i paesi del Mercosur (17 gen) e con l’India (27 gen), segnali di una chiara volontà di diversificazione strategica.
“Today I will talk about a rupture in the world order, the end of a pleasant fiction and the beginning of a harsh reality …” M. Carney (Primo Ministro del Canada): l’inizio dell’intervento tenuto a Davos non lascia dubbi sulla sua intensità.
Macroeconomia e banche centrali hanno invece attraversato un mese decisamente più tranquillo. Sul fronte congiunturale non sono emerse indicazioni di rilievo.
La Fed è stata l’unica istituzione a riscuotere attenzione: non tanto per decisioni di politica monetaria, quanto per il contesto politico in cui trova ad operare.
L’assenza di novità macroeconomiche significative non ha infatti generato aspettative specifiche sui tassi, mentre l’interesse degli operatori si è concentrato sulla reazione del presidente J. Powell al crescente livello di pressione esercitato nei suoi confronti.
È infatti emersa la notizia di una denuncia penale legata a presunti sforamenti di spesa relativi alla ristrutturazione della sede della banca centrale.
La lettura di questo episodio è stata immediata: un ulteriore tentativo da parte di D. Trump di mettere in discussione l’autonomia della Fed. Non a caso, i suoi ex-governatori e rappresentanti delle principali banche centrali globali hanno espresso pubblicamente, in forma scritta, il proprio sostegno a Powell e al principio dell’indipendenza delle autorità monetarie.
Prospettive
Nella lettera di dicembre avevamo sottolineato l’importanza del processo di successione alla guida della Fed; proprio il penultimo giorno di gennaio il presidente D. Trump ha annunciato la nomina di Kevin Warsh.
La scelta è ricaduta su un profilo percepito come “hawkish” dai mercati, ovvero associato a una Fed più ortodossa e meno tollerante verso l’inflazione. Già membro del Board tra il 2006 e il 2011, Warsh ha vissuto in prima persona la crisi finanziaria del 2008. Ha più volte evidenziato come i costi di lungo periodo delle politiche monetarie non convenzionali siano spesso sottostimati.
Con questa nomina, il presidente D. Trump potrebbe quindi voler rafforzare il messaggio di indipendenza e credibilità della banca centrale. Resta inoltre attesa la decisione della Corte Suprema sulla costituzionalità dei dazi doganali, più volte annunciata come imminente ma finora rinviata.
Più in generale, le principali preoccupazioni degli investitori continuano a riguardare l’azione dell’amministrazione statunitense. Al tempo stesso, dopo gli shock della primavera 2025, si è progressivamente affermata l’idea che il presidente Trump sia in grado di ridurre le tensioni proprio quando queste si avvicinano a livelli difficilmente sostenibili.
Come sempre, tuttavia, l’eccesso di sicurezza suggerisce di non sottovalutare la prudenza.