Lettera mensile Febbraio 2026

Eventi chiave

Il teatro internazionale è rimasto piuttosto tranquillo fino allo scoppio della guerra in Medio Oriente proprio nell’ultimo giorno del mese. Si tratta pertanto di un tema legato alle prospettive e non a quanto accaduto in febbraio.

Durante gran parte del mese l’attenzione si era infatti spostata in modo evidente dalla geopolitica globale alle dinamiche interne statunitensi. Il caso “Epstein” rimane una sorta di spada di Damocle sugli equilibri politici di Washington: si moltiplicano i tentativi di utilizzarlo per colpire il partito avversario, in una vicenda che, al di là delle strumentalizzazioni, lascia sgomenti per la sua gravità intrinseca.

Sul fronte economico-istituzionale, la Corte Suprema si è finalmente pronunciata in materia di dazi doganali, stabilendo che il presidente non è autorizzato a imporli con le modalità adottate da Donald Trump dallo scorso aprile.

L’intervento, tuttavia, non ha dissipato l’incertezza. Alcune aziende hanno già avviato azioni per ottenere il rimborso delle somme versate, mentre il mondo imprenditoriale continua a sottolineare come il vero nemico sia la mancanza di visibilità.

L’amministrazione si è infatti affrettata ad annunciare nuove misure: inizialmente si è parlato di un’aliquota del 10%, poi del 15% (livello massimo consentito dalla legislazione), per infine fissare un 10% temporaneo per 150 giorni, fino al 24 luglio. Solo il Congresso potrà eventualmente prorogarlo oltre tale data.

Il recente discorso sullo Stato dell’Unione ha inoltre confermato, qualora ve ne fosse bisogno, quanto il clima politico interno resti polarizzato, situazione destinata a peggiorare in vista delle elezioni di metà mandato (3 novembre). Sul piano internazionale proseguono i tentativi di mediazione tra Russia e Ucraina, senza che al momento si registrino progressi concreti.

“We hold that the IEEPA (International Emergency Powers Act) does not authorize the President to impose tariffs.” 20 febbraio: la Corte Suprema sancisce che il Presidente non ha l’autorità di imporre dazi secondo le modalità utilizzate

Il quadro macroeconomico non ha evidenziato cambiamenti sostanziali. Più dinamica, invece, la situazione sul fronte delle banche centrali.

La pubblicazione dei verbali della riunione di gennaio del FOMC ha mostrato una Federal Reserve più divisa di quanto si ritenesse.

Se da un lato alcuni membri ritengono che ulteriori tagli possano diventare appropriati qualora il processo disinflazionistico proseguisse, dall’altro vi è chi propende per un prolungato mantenimento degli attuali livelli e non esclude, in presenza di nuove pressioni sui prezzi, un irrigidimento.

Queste divergenze si collocano in una fase particolarmente delicata, segnata dall’imminente avvicendamento alla presidenza: a maggio K. Warsh subentrerà a J. Powell, il quale finora ha avuto il merito di mantenere coesa un’istituzione attraversata da sensibilità differenti. Per quanto riguarda la BCE, va segnalata soprattutto l’indiscrezione pubblicata a metà mese dal Financial Times secondo cui la presidente C. Lagarde sarebbe intenzionata a dimettersi prima della scadenza del mandato, prevista per ottobre 2027.

La mossa verrebbe interpretata come un tentativo di agevolare la Germania nell’assunzione della guida dell’istituto. Resta tuttavia il fatto che i possibili candidati tedeschi esprimono visioni divergenti sull’orientamento che la politica monetaria dovrebbe assumere in questa fase, elemento che potrebbe riaprire un dibattito non privo di implicazioni per i mercati.

Prospettive

Le operazioni militari in Medio Oriente, avviate nell’ultimo giorno di febbraio, incidono in modo rilevante sulle prospettive future. In chiave geopolitica la lettura si inserisce nella più ampia contrapposizione tra Stati Uniti e Cina: Washington è intervenuta in maniera decisa in una regione strategica per l’approvvigionamento energetico di larga parte dell’Asia.

Il tema si estende quindi a ciò che è ritenuto legittimo intraprendere nei confronti di Paesi considerati destabilizzanti o non allineati ai propri interessi, con implicazioni che, in prospettiva, possono evocare anche dossier sensibili come quello di Taiwan.

Molto delicata è l’evoluzione del prezzo del petrolio. L’interruzione delle esportazioni è un rischio significativo per gli equilibri tra domanda e offerta in termini globali. Essa rischia di avere un impatto tangibile sul costo della vita, riaccendendo pressioni inflazionistiche proprio in una fase in cui le principali banche centrali si trovano in una posizione complessa.

La Fed appare internamente meno coesa alla vigilia del cambio di leadership, mentre anche la BCE potrebbe trovarsi a breve in una fase di transizione.

Un nuovo shock energetico rischierebbe quindi di interferire con priorità già delicate. In quest’ottica vale la pena anche ricordare come l’amministrazione USA da tempo eserciti pressioni sull’istituto centrale. Va inoltre considerato il crescente peso economico assunto dalla regione, non solo in relazione al petrolio ma anche come polo finanziario e commerciale.

Centri come Dubai erano stati a lungo percepiti come sostanzialmente immuni da rischi significativi; tale assunzione appare oggi meno solida alla luce delle divisioni interne al mondo islamico e della maggiore instabilità dell’area.